Italy – Decree Law n.19/25 march 2020 Misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID-19

Il Decreto Legge n.19 del 25 marzo 2020 riorganizza il quadro delle misure prese per contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19.

L’art. 1 stabilisce la lista delle misure specifiche, che potranno essere adottate con uno o più Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, fatti salvi quelli vigenti (art.2 c.1).
Le lettere g) e h) dello stesso articolo 1 sono dedicate al fenomeno religioso. Tra queste si nota l’esplicito riferimento alla possibilità di adottare la misura della “limitazione dell’ingresso nei luoghi destinati al culto”.

A Proposal for Peace in Covid-19 Emergency, from Fabio Corazzini, a catholic priest member of Pax Christi.

This video has been posted on Facebook by Fabio Corazzina, a catholic priest member of Pax Christi, in Brescia, in Lombardia, one of the most italian region hidden by the coronavirus. We are pleased to offer it with English subtitles (with his consent), as a useful worldwide suggestion to fight against viruses that attack social communities.

Good morning for today too. “They shall beat their spears into pruning hooks and their swords into plowshares and they shall learn war any more”.

These are words of the prophet Isaiah that I want to remember today in front of the Breda linked to the Leonardo. It is one of the many weapons factories that there are here, in the province of Brescia. For us it is a very long tradition, with names that are from “Beretta” to “Valsella Meccanotecnica” or to “Sei esplosivi” now called “Rwm”. 

Why am I talking you about weapons and what is the sense to talk about weapons, in these days, beyond any useless, futile controversy? 

I would like to relaunch a serious proposal presented in these days by “Rete disarmo” and “Rete pace”.  It will not always and only be an emergency. The days of the choices will come soon. Let us not forget it. The dramatic situation caused by Covid-19 has to make us meditate on and rethink what are our priorities, concept of defense, the value of the work and public health and the service of common good

While in ten years the public health expenditure has been reduced by 37 billion, the military expenditure is constantly increased. Today, we can see it. It is not the weapons that give us security, but the promotion of health, of work, of environment. And the photo-news according to which as a result of the panic there are lots of people in line, in the United Staes, to buy the weapons and the ammunitions, under the slogan “we must defend ourselves” is singolar and worrying. Yes, we must defend ourselves using the weapons. 

The proposals of “Rete disarmo” and “Rete pace” are four. The first: supporting unarmed and non violent civil defence. The second:  moving money from military sector to the civil protection, to the civil universal service and to the civil bodies of peace, to the research about peace and to the conflict prevention. The third: reducing the military expenditure and improving the healthcare. The fourth: aiming for the production reconversion of war industries towards civil sector.

Think!

This is a fact. In these days, in Brescia, in Lombardy, we are able to make  handguns, bombs, machine guns, military radars, ammunitions, fighter- bombers, if we join in Cameri with F-35,  but we are not able to make masks and health facilities, that are necessary to the life. A pilot helmet of F-35, that will come on foot to Ghedi, loaded with new atomic bombs, costs 400 thousand euros. And life-saving ventilators are lacking. We have to do the fundraisers, at a basic level of people or of families, as donation.

This is called the great hypocrisy. Pope Francis said it a few days ago.  “They shall beat their spears into pruning hooks and their swords into plowshares and they shall learn war any more”. It looks a good path. Have a nice day and a good path for today too.

Lombardy Region Ordinance (Italy), n. 514/2020

Cremona – The new Samaritan’s Purse Hospital against Covid-19

A Cremona arrivano gli americani: la ong che opera nei
teatri di guerra. La Samaritan’s Purse, appartenente alla chiesa evangelica, è arrivata con 60 volontari e sta allestendo un ospedale da campo. Il sindaco: «Sono commosso, dopo 26 giorni così era impossibile proseguire»


Ha fornito cure mediche in diversi conflitti, tra i più terribili degli ultimi vent’anni: in Somalia e in Ruanda, nel Sudan e in Kosovo, in Afghanistan e in Iraq. Ora lo staff della Samaritan’s Purse, ONG americana appartenente alla chiesa evangelica, arriva in soccorso dell’ospedale di Cremona. Un rinforzo per i medici e gli infermieri che da 26 giorni sono in trincea per aiutare i cittadini e salvare vite umane.
Lo staff è composto da sessanta persone, tra medici e tecnici. Le operazioni per l’allestimento dell’ospedale da campo sono iniziate mercoledì mattina: la struttura – già sono state montate le prime cinque tende bianche – avrà sessanta posti letto, di cui otto di terapia intensiva. In totale le tende saranno sette, a cui si aggiungerà una unità per il triage e l’accoglienza dei pazienti. Intanto, martedì pomeriggio si è tenuta una lunga riunione tra il direttore generale dell’ospedale Maggiore, Giuseppe Rossi, e i medici atterrati all’aeroporto di Malpensa. Mentre martedì sera, allo scalo di Verona è arrivato l’aero cargo con la struttura e il materiale. La colonna mobile della Protezione civile di Cremona, sessantatré volontari in tutto, è
partita per il ritiro delle attrezzature.
«Quando mi è stato annunciato che sarebbero arrivati, io come altri ci siamo commossi», ha commentato il sindaco di Cremona, Gianluca Galimberti. «Sono profondamente grato all’ong Samaritan’s. Sì, sono proprio come samaritani che vengono ad aiutare altri samaritani, i nostri
sanitari che da 26 giorni sono in trincea». Il sindaco spiega che «siamo la provincia con più casi di contagi e di pazienti in ospedale, se rapportati al numero di abitanti e al numero di medici e infermieri operativi nella nostra zona. Il nostro ospedale fin da subito si è reso disponibile e l’ha fatto anche per aiutare gli altri territori».
Ora, «dopo 26 giorni così, era impossibile proseguire. Con questa consapevolezza è da giorni e giorni che stiamo premendo infinitamente per avere medici, infermieri e strutture. Ringrazio profondamente Regione e governo per le risposte che stanno dando in un momento così complesso. Samaritan’s è un grandissimo regalo alla città e a tutto il territorio per alleviare fatica e sofferenza». Un grazie, il sindaco lo rivolge anche «al cavaliere Giovanni Arvedi, che offre la permanenza dei membri della ONG presso l’albergo Continental, e poi all’Asst per il grande e complesso impegno logistico nella costruzione del campo, alla Protezione civile e alle
persone del Comune di Cremona per il continuo prodigarsi nell’organizzazione complessa anche di questa missione: dalla logistica ai trasporti, all’accompagnamento e alla missione stessa. Grazie a tutti, uniti insieme per la vita e la salute di tutti noi». «La nostra è una battaglia contro il tempo, ma non abbasseremo la guardia», ha detto il presidente della Provincia, Mirko Signoroni.


FRANCESCA MORANDI

NEV – Coronavirus, the Waldesian and Methodist Churches donate 8 million euros

Link: https://www.nev.it/nev/2020/03/19/coronavirus-le-chiese-valdesi-e-metodiste-stanziano-8-milioni-di-euro/

foto di Milada Vigerova, http://www.unsplash.com

Roma (NEV), 19 marzo 2020 – Otto milioni di euro per l’emergenza coronavirus dalle Chiese valdesi e metodiste.

“Le Chiese valdesi e metodiste – si legge in una nota pubblicata pochi minuti fa, oggi, 19 marzo, sul sito chiesavaldese.org – e le loro organizzazioni di servizio sociale, educativo, culturale, partecipano pienamente alla sofferenza e alle preoccupazioni, ma anche alla volontà di condivisione delle speranze e delle migliori espressioni di impegno solidale che attraversano in questo tempo di emergenza la vita del Paese in tutte le sue componenti, con uno sguardo particolarmente attento alle realtà più vulnerabili e marginali.

La Tavola valdese, avvertendo, per le chiese che rappresenta, la responsabilità di contribuire anche con mezzi straordinari all’impegno diretto a fronteggiare la crisi sanitaria, sociale ed economica prodotta dal diffondersi del virus Covid-19, ha deciso di stanziare 8 milioni di euro, ricavati dai fondi dell’Otto per mille assegnati annualmente alle Chiese valdesi e metodiste, per la costituzione di un Fondo speciale destinato a tale finalità.

La Tavola è già impegnata nell’attenta valutazione di serie, credibili e lungimiranti linee di azione e intervento, che esigono scelte non affrettate, non emotive, da confrontare con soggetti istituzionali ed enti del terzo settore. Tali linee di azione si muoveranno lungo due direttrici: la prima è concentrata sui bisogni immediati e urgenti, soprattutto di tipo sanitario, su cui stanno già confluendo molte risorse generosamente messe a disposizione da singoli, fondazioni e altre organizzazioni benefiche e rispetto ai quali si vuole, quindi, mantenere l’attenzione sull’evoluzione della situazione, soprattutto in quelle zone del Paese che appaiono più fragili e meno attrezzate a fare fronte all’emergenza. La seconda direttrice riguarda le necessità della ripresa oltre l’emergenza, considerando ciò che ancora non si vede: le voragini di disagio, esclusione e impoverimento nelle quali precipiteranno le categorie sociali più esposte alle conseguenze del blocco prolungato di attività produttive e reti di sostegno sociale e delle scelte di redistribuzione di risorse umane e finanziarie imposte in questi mesi dalle misure adottate per frenare il contagio”.

CIVCATT – Vivere ai tempi del coronavirus

by Andrea Vicini in “La Civiltà Cattolica”, online here: https://www.laciviltacattolica.it/articolo/vivere-ai-tempi-del-coronavirus/

Episcopal Conference of Italy – Suggestions for the Celebration of Sacraments in Covid-19 Emergency Time.

I suggerimenti proposti si armonizzano con la tradizione della Chiesa per cui, se non sussistono le condizioni per poter amministrare il sacramento, supplet Ecclesia, affidandosi al votum sacramenti, come del resto il “battesimo di desiderio” insegna.

Nello stesso tempo, la storia della Chiesa testimonia che, in situazioni estreme di guerra o di epidemia, i sacerdoti non sempre hanno potuto avvicinarsi ai fedeli che necessitavano di ricevere i sacramenti indefettibili, ma tutte le volte che è stato possibile lo hanno fatto con gli accorgimenti e le dotazioni che avevano a disposizione.

Lo scopo di questa nota, diretta ai sacerdoti impegnati nel servizio pastorale al di fuori dei presidi ospedalieri e degli istituti di ricovero e cura, è duplice: assicurare ai fedeli che ricevono i sacramenti una adeguata protezione dal possibile contagio virale; prevenire una eventuale infezione del ministro del sacramento. 

***

I suggerimenti sotto riportati costituiscono un aiuto pratico per vivere il ministero ordinato con opportuno zelo nel servizio ai fedeli e con senso di responsabilità verso di loro e verso se stessi, nella certezza di compiere i gesti sacramentali nelle modalità rituali che le circostanze straordinarie consentono.   

Tutto questo, fermo restando:

‒ le direttive pastorali, ai sensi del diritto canonico, emanate dai singoli Ordinari diocesani, che prevedono limitazioni nella celebrazione dei sacramenti nelle chiese aperte ai fedeli e tengono conto dei decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri e delle norme regionali e locali promulgate dalle autorità civili;

‒ la valutazione iuxta casus, con discernimento prudenziale delle necessità spirituali dei fedeli e della opportunità pastorale, del sussistere di uno stato di grave necessità pro bono animae che raccomandi l’indifferibilità dell’amministrazione del sacramento; 

‒ le opportune consultazioni dei ministri diocesani e religiosi con il superiore responsabile della realtà pastorale del luogo.

1.    Celebrazione della S. Messa senza concorso di popolo

            Nelle sagrestie si curi con particolare attenzione l’igiene ambientale e la conservazione delle ostie e del vino destinati alla consacrazione. Il corporale, la palla e i purificatoi siano cambiati e lavati frequentemente. Siano provveda a dotarsi di un dispensatore di sapone liquido o di soluzione alcoolica e degli asciugamani di carta monouso per la detergenza delle mani prima dell’inizio della S. Messa.

2.         Amministrazione del Battesimo

a.         Nelle circostanze in cui l’amministrazione del Battesimo non può essere differita in data successiva alla cessazione dell’emergenza sanitaria (per esempio, nel caso di bambini con malattie che li espongono a pericolo per la loro vita), questa avvenga secondo la modalità in uso nel rito romano.

b.         Si tenga conto delle seguenti indicazioni:

            ‒ Il ministro mantenga una opportuna distanza dal battezzando e dai genitori e padrini;

            ‒ Per le unzioni con l’olio dei catecumeni ed il sacro crisma, il ministro indossi guanti monouso in vinile o nitrile;

            ‒ Si omettano il segno della croce sulla fronte del bambino nei riti di accoglienza e il rito dell’effatà in quelli esplicativi;

            ‒ In casi di particolare urgenza o emergenza, si consideri la possibilità del rito abbreviato (cfr. Rito per il battesimo dei bambini, ed. it. 1979, Cap. III). 

3.         Amministrazione del sacramento della Riconciliazione

a.         Qualora sia amministrato nei luoghi di culto avvenga in luoghi ampi ed areati. Nell’ascolto delle confessioni si mantenga la distanza tra il ministro e il penitente di almeno un metro, chiedendo agli altri fedeli presenti in chiesa di allontanarsi per garantire la dovuta riservatezza. A protezione del penitente e propria, il sacerdote indossi una mascherina protettiva idonea.

b.         Per la confessione auricolare nella casa di un ammalato o di persona anziana il sacerdote assuma le medesime precauzioni indicate per la Riconciliazione nei luoghi di culto, mantenendo la necessaria distanza dal penitente. Si eviti di stringere la mano prima di congedarsi dal penitente e per salutare i familiari o altre persone presenti nella casa.

c.         Anche in questo caso, a protezione dell’ammalato o dell’anziano e propria, il sacerdote indossi una mascherina protettiva idonea.

4.    Il Viatico al capezzale del morente

a.         Per quanto possibile, il Viatico – sino al termine dell’emergenza sanitaria – sia portato nella residenza del morente dal ministro ordinato e non da quello straordinario.

b.         Si assumano le medesime precauzioni di cui ai punti 3b e 3c, avendo cura di non toccare la bocca del malato mentre viene fatta assumere la particola consacrata o un frammento di essa.

c.         Il sacerdote – prima di comunicare il malato e, di nuovo, prima di uscire dalla casa dove ha portato il Viatico – deterga le mani con acqua saponata o soluzione alcoolica e le asciughi con carta monouso (portarli con sé recandosi nelle case dei malati).

5.         L’Unzione degli infermi

a.         Il ministro che si reca presso il domicilio di un ammalato che ha richiesto l’Unzione degli infermi porti con sé un paio di guanti monouso in vinile o nitrile. 

b.         Nell’amministrare la sacra Unzione, si assumano le medesime precauzioni di cui ai punti 3b, 3c e 4c.

c.         Prima di iniziare il rito, il ministro indossi i guanti e attinga all’olio con il pollice, avendo cura successivamente di non toccare con le dita scoperte la superficie del guanto.

6.         Visite domiciliari agli infermi (in caso di cogente necessità)

a.         I ministri che desiderano ricevere ulteriori indicazioni sulle precauzioni sanitarie da adottare nella visita domiciliare agli infermi e sui dispositivi di protezione personale possono utilmente contattare un medico o altro personale sanitario. 

b.         Il medico, l’infermiere o altra persona che si prende cura dell’infermo può essere presente durante l’amministrazione del sacramento, fatte salve le necessarie prudenze sanitarie e la dovuta riservatezza.

Segreteria Generale della CEI

Roma, 17 marzo 2020

SN – What if Easter falls into the emergency?

di: Antonio Torresin

Non è improbabile che anche la Settimana Santa e la Pasqua ci trovino in preda alla pandemia. Si può pensare a celebrazioni “domestiche”?

Non è per fare del terrorismo, ma per un esercizio di immaginazione che credo possa essere utile. Se l’emergenza non terminasse a breve e ci costringesse a vivere i giorni di Pasqua in questa condizione, come dovremmo vivere questa circostanza così inedita? La domanda vale anche se tutto questo – e lo speriamo – non dovesse capitare, anche se le chiese potranno per quei giorni tornare a celebrare. Vale perché nell’“emergenza” “emerge” qualcosa che forse ha un significato che interroga l’essenziale della vita, anche della vita di fede.

Se non potessimo celebrare la Pasqua insieme, nelle nostre chiese aperte, dovremmo in ogni caso “celebrare la Pasqua”. Ma come? E che significato assumerebbe?

La celebreremmo nelle case. Come il popolo di Israele in esilio – quando appunto era senza tempio, senza sacerdoti – ha iscritto la celebrazione della Pasqua nella ritualità familiare, così dovremmo imparare a celebrare nelle case. Lo faremmo ponendo al centro la Parola di Dio, come le Scritture del Primo Testamento si sono fissate nel tempo dell’esilio, della diaspora.

Pasqua in emergenza

La Scrittura è sorta come un codice identificativo, che permette al popolo di non perdersi nella dispersione. La memoria della Pasqua è al cuore delle Scritture, è il momento culmine della vita di Gesù: la celebra perché i suoi discepoli non si perdano nella prova, e questo è drammaticamente vero per noi oggi.

Le case

Celebriamo la Pasqua “restando a casa”. Lo spazio della casa è chiamato a diventare luogo del culto spirituale, dove «offrire i vostri corpi» (Rm 12,1), come dice Paolo. Le relazioni più intime, se vere, se vissute in Cristo, diventano «tempio dello Spirito» (1Cor 6,19).  Accade già, ogni giorno, nella cura del cibo, nella cura del corpo, nella malattia, nell’amore… ma ora tutto questo deve essere celebrato in memoria della Pasqua di Gesù.

Ogni famiglia deve inventarsi uno spazio con dei segni che richiamino la fede: un cero, un crocifisso, una tovaglia particolare che viene messa sulla tavola nei momenti celebrativi… Tutto questo poi potrebbe rimanere come un’esperienza che si può sempre ripetere: possiamo celebrare la fede nelle case, nella vita quotidiana, in ogni giorno.

E chi è solo? Chi nella casa vive isolato? Certo sarebbe bello se le nostre case, nel piccolo, si aprissero per momenti di preghiera condivisi. Accade già: qualcuno va dalla amica vicina a recitare il rosario… ora non potrebbe anche celebrare la Pasqua? E se si rimane soli si celebra lo stesso, perché «il Padre vede nel segreto» (Mt 6,6) della tua stanza e ascolta le tue preghiere forse ancora di più perché segrete!

Le chiese

E le chiese? Rimangono aperte. Perché rappresentano il segno che la fede non mai un fatto individualistico e neppure “familistico”.

Pasqua in emergenza

C’è una famiglia più grande, nella quale ciascuno è inserito, di cui sentirsi parte, fratelli e sorelle e tutti insieme figli e figlie. Per questo serve una parola che venga dalla Chiesa. Quale e come? Ascoltare la predicazione del papa ci fa sentire parte di una Chiesa universale, ascoltare la parola del Vescovo ci inserisce nella Chiesa particolare di cui siamo parte; poter ascoltare anche una parola che viene dalla nostra parrocchia, richiama il legame più prossimo con una concreta comunità di credenti. Per questo è utile che i mezzi di comunicazione rendano possibile ascoltare, restando a casa la parola della Chiesa.

Questa parola non sostituisce, però, la celebrazione, vuole aiutarla, renderla possibile, metterla in moto. Se fossi un Vescovo (mi permetto questo assurdo e subito ne chiedo scusa….) non mi preoccuperei solo di mandare in onda in televisione un bel «pontificale» come se tutto fosse come prima (ma senza il popolo di Dio nulla è come prima!).

Mi rivolgerei con una parola alla diocesi, parlerei come un padre che immagina i suoi figli raccolti attorno a un tavolo di casa per pregare, e proverei ad aiutarli a celebrare la Pasqua nell’emergenza, lì dove sono, ma anche in comunione con tutta la Chiesa particolare di cui sono parte.

Il popolo di Dio

Forse questa “emergenza” è l’occasione perché «emerga» il popolo di Dio come soggetto vivo della fede. Non come soggetto passivo, che assiste ad un rito che altri per lui celebrano, ma che si scopre «popolo sacerdotale», in grado di celebrare. È un’occasione unica, non avremo – speriamo – molte altre opportunità che ci costringano a compiere quel salto di qualità che il Concilio ci ha indicato ma che fatichiamo così tanto a mettere in opera.

Tutta l’assemblea è soggetto celebrante, ovvero ogni credente deve imparare non ad “assistere” ma a celebrare attivamente. Ora può e deve farlo, altrimenti rimane un vuoto incolmabile. Questo in realtà è vero sempre: in ogni celebrazione, anche in quelle che normalmente facevamo nelle nostre chiese, anche in quelle solenni nelle cattedrali, il soggetto celebrante è tutta l’assemblea!

E i ministri, chi presiede in particolare, vive il suo servizio non per sostituire il popolo di Dio, ma per aiutarlo a sentirsi parte attiva della celebrazione. E se questo vale per ogni domenica, vale anche per la Pasqua.

I preti

In questi giorni di emergenza i preti vivono in modo strano e spesso disarticolato il loro ministero. Qualcuno è preso da un’ansia compulsiva di fare qualcosa. Si moltiplicano le messe via web, i messaggi vocali, i gruppi whatsApp che scambiano forsennatamente altri messaggi altri video… mi sembra che tutto questo provochi una cacofonia che manca di misura. Troppe parole, per nascondere silenzi imbarazzanti.

Forse i preti si sentono inutili, impotenti, privi del ruolo che prima sembrava (siamo sicuri?) certo. Credo che sia importante trovare una misura tra il desiderio di stare vicini alla gente – sacrosanto – e la capacità di accettare un vuoto, un’impotenza, un tempo “inoperoso”. Solo se si ha la fede per entrare in questo tempo sospeso, in questa mancanza, forse si potranno regalare parole che nascono dal profondo, che sgorgano da un silenzio pieno di ascolto.

Immaginando…

Ma allora che suggerimenti potremmo dare per celebrare il Triduo pasquale nelle case? Qui provo solo a dare qualche spunto minimo, nella certezza che non manchino al popolo di Dio e ai preti, la creatività per sostenere tutti i credenti nel vivere in modo «eccezionale» questa Pasqua 2020.

Giovedì Santo

Giovanni nel suo Vangelo non riporta l’ultima cena ma la lavanda dei piedi. Potrebbe questo essere un rito che in casa ogni componente può ripetere l’un l’altro, per ricordare che l’eucaristia è celebrata quando ci mettiamo a servizio gli uni degli altri.

Pasqua emergenza

Poi si potrebbero rileggere i testi che istituiscono il memoriale (dal libro dell’Esodo, dalla prima lettera di Paolo ai Corinti, dai Sinottici). Non possiamo celebrare l’Eucaristia in casa, ma spezzare un pane e condividerlo può rimandare al senso di quello che ogni domenica viviamo con tutti i credenti.

Venerdì Santo

Al centro del Venerdì Santo c’è la croce di Gesù e il racconto della sua morte. Diventa importante scegliere una croce da mettere al centro, che sia quella che poi ogni volta ci invita a pregare. Davanti alla croce tre momenti potrebbero essere celebrati: il racconto della passione e morte del Signore; il bacio alla croce (che diventa intimo, familiare, passando il crocifisso di mano in mano); e una preghiera universale, perché la croce ci raccoglie tutti (e in questi momenti con particolare riferimento a chi soffre per il contagio e a chi opera per la cura dei malati).

Sabato Santo

Questo è un giorno particolare dove regnano il silenzio e l’assenza di celebrazioni. Abbiamo vissuto tutta la quaresima come un lungo Sabato Santo di silenzio e senza riti. Allora questo giorno lo si potrebbe consacrare al silenzio. Si pongono i segni (una candela spenta, un crocifisso coperto, una tavola spoglia) ma sono segni dell’assenza.

Vivere la mancanza come grembo del desiderio, come tempo nel quale prepararsi all’incontro. In casa si potrebbe preparare tutto quello che poi nel giorno successivo, vuole essere motivo di festa: il cibo, i fiori, un disegno…

Domenica di Pasqua

La domenica di Pasqua la si vive come ogni domenica senza la celebrazione della messa in chiesa. Una celebrazione della Parola – non mancano i sussidi che ogni chiesa cerca di offrire per il suo popolo – che si conclude con una festa, un pranzo condiviso, un momento di gioia.

Senza dimenticare chi è solo: si potrebbe decidere di telefonare a amici e parenti, a chi sappiamo essere solo per uno scambio di auguri, per dare una parola di vicinanza e di speranza. Lo dobbiamo fare spesso, ma forse ancor più in un giorno come questo.

Pasqua in emergenza

Sono solo suggerimenti di gesti minimi. Ma offrono l’occasione per iscrivere la fede e la sua celebrazione nella vita quotidiana, tra le mura di casa. Ora, un Triduo strano come questo, va preparato. «Dove vuoi che prepariamo per celebrare la Pasqua?» (Mt 26,17) chiedono i discepoli a Gesù.

Scopriamo anche questo: non si celebra la Pasqua se non la prepariamo. Non è come andare al cinema che basta recarsi nelle sale, pagare un biglietto e poi assistere. La Pasqua non la si assiste, la si celebra e quindi ci si prepara, forse questa volta come mai prima.

Source: Settimananews.it http://www.settimananews.it/pastorale/pasqua-cadesse-nella-emergenza/

Faithful without Confession? There is a solution

d Lucio Brunelli

7 ore fa

In tanti, anche tra i malati la chiedono. Ma le condizioni non la rendono possibile. C’è un docente che propone di renderla possibile via cellulare. In realtà nella tradizione della Chiesa è contemplata una possibilità più semplice, suggerita nel Catechismo. Un noto vaticanista ce la spiega

Web3 Confession At Christmas Emilio Labrador Cc By 2 0

Morire senza avere accanto le persone care. Senza la confessione e l’estrema unzione. Senza la messa e il funerale. Senza tutto quello che la tradizione popolare cristiana ci ha tramandato come i requisiti di una “buona morte”. Si muore così oggi nella Lombardia di due papi santi. Nel bergamasco, terra natale di Giovanni XXIII, il Papa buono, e nel bresciano, terra natale di Paolo VI, il papa del dialogo. Un’epidemia crudele, perché falcia tante vite innocenti senza pietà per i più deboli; un’epidemia empia, perché sembra volere togliere al malato afflitto da Covid-19 anche il conforto della religione.

Allora i buoni cattolici si muovono, danno fondo a tutto il loro desiderio buono di prossimità e alla loro buona fantasia cristiana perché si trovi un modo, sostenibile sul piano della dottrina cattolica e sul piano della sicurezza sanitaria, per essere vicini ai malati. Anche con i sacramenti, che il catechismo definisce “segni efficaci della Grazia”. Il sacerdote non può accostarsi fisicamente a chi è costretto dalla malattia in isolamento ma desidera confessarsi? Uno stimato professore di diritto canonico all’Università lateranense, don Giorgio Giovanelli, suggerisce allora in via del tutto straordinaria e per casi ben definiti la confessione via telefono. “In questa situazione straordinaria – spiega il docente – per coloro che sono affetti dal virus, ricoverati lontani da casa, dagli affetti, da tutto, soli con se stessi, perché non prevedere la possibilità di essere assolti con l’ausilio dei mezzi della comunicazione sociale? Non un cambiamento della prassi sacramentale ma il dare una risposta ad una situazione nuova nella quale dobbiamo considerare sempre la suprema lex della Chiesa che è la salvezza delle anime”. Uno strappo palese alle regole della confessione classica, che prevede la presenza del confessore e la garanzia della segretezza: obiezioni, serissime, alle quali il professore dell’Università Lateranense replica così: “Chi può sostenere che, date le circostanze, una persona non è presente, dietro la cornetta del telefono o con una videochiamata? L’evoluzione tecnologica consente questi nuovi tipi di presenza: forse io sono presente da quando sono vicino a te almeno 1 mt e, a partire da 1 mt e 10 cm, non sono più presente?”. Domande, che restano aperte.

Altri pensano a soluzioni meno ardite, cercandole tra le pieghe della legislazione ecclesiastica vigente. Come un’assoluzione generale, con deroga all’obbligo della confessione individuale, per i malati gravi in isolamento. Il canone 961 del Codice di diritto canonico prevede già il ricorso all’assoluzione generale in casi specifici ed estremi: laddove ci sia un “pericolo imminente” di morte per un gruppo consistente di persone e non fosse possibile al sacerdote ascoltare ogni singola confessione. Un canone scritto avendo in mente situazioni drammatiche e straordinarie, come il naufragio di una grande nave o un’azione di guerra con centinaia di vite a rischio e il sacerdote impossibilitato, in quel breve tempo, ad ascoltare e assolvere i peccati di ciascuno (leggere qui). Potrebbe, questo canone, essere esteso anche ai reparti degli infettati dal corona virus dove il sacerdote non può entrare per non mettere a rischio la sua salute e soprattutto quella degli isolati? E’ una possibilità concreta, lasciata al discernimento dei singoli vescovi e sacerdoti che possono valutarne in loco, caso per caso, l’opportunità e i benefici spirituali.

Un gruppo di laici cattolici romani ricorda un’altra possibilità ancora. Per supplire, almeno in parte, all’impossibilità della confessione sacramentale. Non richiede alcuna forzatura delle leggi della Chiesa, attinge al quel tesoro nascosto di saggezza e semplicità cristiana che è il Catechismo. «A tanti fedeli in questi tempi», leggiamo nel sito dell’associazione Don Giacomo Tantardini, «manca anche il conforto della confessione. Si può ricorrere, succedaneo che non ha valore sacramentale ma è certo gradito a Dio, all’Atto di contrizione. Dopo un esame di coscienza nel quale si chiede al Signore la grazia del pentimento sincero, si può sempre chiedere perdono al Signore, usando preghiere della tradizione della Chiesa, come l’Atto di dolore o Gesù d’amor acceso». Preghiere antiche e sempre nuove, tutte raccolte nel libretto “Chi prega si salva”, unica pubblicazione cattolica al mondo, credo, ad aver ricevuto nel tempo la prefazione di due papi: prima la firma del cardinale Joseph Ratzinger e più recentemente quella di Papa Francesco (https://www.associazionedongiacomotantardini.it/chi-prega-si-salva/). Il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica stabilisce che la contrizione, se ben fatta, con dispiacere sincero per il male compiuto “rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale”.

Insomma, quando si muovono insieme desiderio di vicinanza ai fratelli malati e fantasia cristiana si scoprono negli interstizi della tradizione tanti spiragli luminosi e una sorprendente assenza di rigidità. Non si deve poi mai dimenticare che la “salvezza delle anime”, ovvero la loro felicità vera, è materia che sta a cuore innanzitutto al nostro buon Dio. Il quale, in tema di misericordia e fantasia, non accetta lezioni da nessuno. Al tempo di feroci persecuzioni, per circa due secoli i “cristiani nascosti” del Giappone vissero senza vedere mai un sacerdote e quindi senza confessioni e messe. Ma non persero la loro fede. E mi riesce difficile immaginare che quando le loro anime salivano in cielo il Signore Gesù facesse trovare chiuse, per loro, le porte del Paradiso.

Source: Vita.it http://www.vita.it/it/article/2020/03/17/fedeli-senza-confessione-la-soluzione-ce/154506/

SIR – Coronavirus: Catholics are Italian citizens and the Church is at the service of all

Oggi si è chiamati solo a rinunciare a qualche cosa, che ci verrà restituito in abbondanza domani: è un sacrifico che anche i cattolici devono fare con dignità e intelligenza

(Foto Vatican Media/SIR)

Anche il Papa cammina da solo per Roma. Le chiese sono aperte nella capitale, ma si entra uno per uno, nel rispetto della salute pubblica che è anche rispetto del dono della propria salute. E come se il Signore ci chiamasse uno per uno e non in massa.

La Chiesa è come la nostra coscienza: non può entrarvi nessun altro. Hai voglia a gridare, ad agitarti, a fuggire: siamo soli, nati soli e moriremo soli. Oggi queste parole ci fanno paura. Suonano strane, eppure sono parte della grande saggezza cristiana che ha sempre amato le comunità ma che ha sempre professato la singolarità della fede, unica e comunque sempre personale.

Si leggono articoli di uomini di Chiesa o di intellettuali, che hanno fatto del loro parlare della Chiesa e sulla Chiesa la loro professione, che invocano il potere della preghiera contro il virus, richiamano l’indipendenza della Chiesa dal potere dello Stato, argomentano sul fatto che non si può sospendere l’Eucaristia, che la fede chiede che sempre e comunque si impartiscano i sacramenti. Si domandano dove è la Chiesa d’Italia, perché non faccia la Chiesa.

Ma che cosa vuol dire oggi “fare la Chiesa”?

Chiediamocelo. Non c’è nessuna paura ad affermare che oggi, in questa epidemia, comandino la scienza, la tecnologia e la politica. Perché loro possono guarire o trovare soluzioni razionali per tutti o per la maggior parte. Perché hanno alle spalle regole e certezze, perché parlano con l’autorità della Costituzione. Perché a loro, alla scienza e alla politica possiamo chiedere conto di ciò che fanno davanti a tutti. Mai come in queste circostanze il potere della fede e del clero si aggiunge e non può sostituirsi al potere civile. È così e talvolta non è un male. Il futuro del cattolicesimo passerà anche da una chiara presa di coscienza di essere dentro la complessità della vita contemporanea, non a parte.

Quelli che si leggono sono ragionamenti doppiamente strani. Innanzitutto perché non mostrano sufficiente preoccupazione per ciò a cui potrebbero andare incontro il clero, i volontari, le persone più generose nell’attraversare le soglie di case, istituti, ricoveri, carceri, nel dare la comunione. Anche la carità, che è viva e generosa, dovrà adattarsi, dovrà trovare forme nuove. Chi scrive di una Chiesa che è scomparsa non dice che il virus non rispetta l’abito talare. Chi invoca processioni, liturgie, celebrazioni non sottopone il proprio ragionamento ad una semplice domanda: come fare per rispettare ciò che ci è chiesto per il bene comune? Vi sono dettagli pratici che vengono considerati secondari e che invece sono decisivi per salvare una vita.

Vi è poi un secondo motivo più serio da sottoporre a chi invoca decisione autonome della Chiesa:

i credenti sono prima di tutto cittadini responsabili.

Possono davvero permettersi di agire diversamente e magari mettere in pericolo gli altri? Non è forse un segno di grande misericordia se i fedeli rinunciano a qualche cosa di importante per la loro fede, al servizio del bene comune della nazione? Gli edifici religiosi possono aspettare perché la vita deve essere sempre tutelata e perché la fede non si ferma di fronte a chiese chiuse.

Non si sa come finirà la pandemia: si sa che ci saranno migliaia di morti, i più deboli e magari i più cari e i più buoni. Il virus non persegue finalità moralistiche e dunque va combattuto per quello che è: un avversario a cui rispondere con le armi dell’intelligenza, della competenza, del rispetto delle norme. Invece si sente bollire nel profondo di certi ambienti un sentimento premoderno di contrapposizione tra scienza e fede che non ha senso. Il problema è quello della competenza e di una scienza ispirata al valore dell’umanità. Bisogna essere chiari: la conoscenza scientifica e la collaborazione tra competenze diverse sono le vere armi e se lo Stato e i cittadini, in questa emergenza, riscoprono il valore della verità, anche di quelle non assolute, sarà un bene per tutti e un esempio per i ragazzi.

Inoltre, chi ha studiato la storia sa che l’umanità, anche l’Italia, ha patito sventure terribili e che il modo con cui vengono raccontate cambia spesso il loro volto e le rende meno terribili, anche se mai accettabili.

La scrittura, la parola, la comunicazione sono parte importante del problema ma anche della sua soluzione.

Se, ad esempio, si rilegge con attenzione Manzoni si vedrà che egli raccontava la storia della peste non per maledire o terrorizzare ma per mostrare come la stupidità umana poteva fare danni anche nelle tragedie.

Oggi si è chiamati solo a rinunciare a qualche cosa, che ci verrà restituito in abbondanza domani: è un sacrifico che anche i cattolici devono fare con dignità e intelligenza.

Ritrovarsi oggi in un Paese chiuso, disciplinato, resistente, affidato a governanti con tanti limiti ma certamente almeno in questo caso operosi, è una consolazione. E se il linguaggio ufficiale della Conferenza episcopale, nei suoi documenti e nelle sue avvertenze, è preciso, umile, rispettoso dei decreti, attento alle nuove regole generali, è un bene: significa che i suoi vertici stanno lavorando fianco a fianco con chi governa e che rappresentano la Chiesa italiana nelle sedi politiche che oggi devono decidere della vita di tutti.

Anche i preti e le suore sono cittadini italiani e condividono con i loro fedeli la medesima condizione. Inventeremo nuove forme di assistenza e di pietà, ma prima di tutto saremo uniti di fronte alla nostra coscienza, la nostra prima chiesa. E a chi mastica di teologia, basta ricordare di andare a leggere le pagine di grandi uomini di fede e di Chiesa dei secoli scorsi, addirittura del Seicento: c’era la peste in Europa, ma c’era anche chi si chiedeva che senso avesse la cosiddetta “frequente comunione”. Non erano atei, ed anzi pagavano duramente la loro indipendenza spirituale dai poteri dei sovrani: erano soltanto uomini che avevano una così alta idea del Signore che non si sentivano degni di accoglierlo troppo spesso, per abitudine.

Source: Sir Agenzia d’informazione https://www.agensir.it/chiesa/2020/03/17/coronavirus-cattolici-sono-cittadini-italiani-e-la-chiesa-e-al-servizio-di-tutti/